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CORIANDOLI / Performance

Ispirandoci alle famosissime opere ” Coriandoli ” di Tano Festa abbiamo realizzato la nostra opera utilizzando una bricchetta prodotta dalla banca d’Italia ,  con l’ausilio dei ragazzi dell’accademia di Reggio Calabria.

 

 

 

 

Destudio

 

LABORATORIO SACCARDI
DESTUDIO
a cura di Christian Caliandro
SPAZIOCENTOTRE Arte Contemporanea
Via Principe di Belmonte 103 Palermo

L’occasione di questa mostra è quella di un trasloco vero e proprio: di fatto, è come se le opere e il contesto nel quale erano inserite fino a poco tempo fa transitassero, momentaneamente e magicamente, all’interno di Spaziocentotre. I Laboratorio Saccardi propongono una riflessione sull’arte condotta a partire dallo studio: lo studio come luogo di vita e di lavoro, lo studio come pratica e come specchio della pittura, lo studio quindi come spazio sia fisico che mentale.
Quando ho visitato il loro spazio esistenziale, ricordo di essermi immerso lentamente nell’intricato sistema di connessioni e cortocircuiti tra autori, riferimenti e metodi, di aver cominciato a indagare le relazioni profonde che si creano tra gli elementi dipinti e poi ripresi in altri quadri (o direttamente sul muro).
Lo studio – così come avviene nel caso dei grandi maestri ‒ è dunque strettamente collegato all’idea della pittura, al punto da esserne direttamente costruito. La tradizione, a volte ingombrante, dell’arte italiana e internazionale viene gestita con il piglio ironico e dissacrante che caratterizza questi artisti fin dai loro esordi: nelle loro mani, infatti, Morandi de ChiricoFontana Manzoni Modigliani Pollock Monet van Gogh Trombadori Schifano Boetti e altri collidono l’uno con l’altro e si trasformano in qualcosa di diverso. (Del resto, Leopardi stesso era stato il primo ad aver capito che la parodia è l’unica modalità veramente moderna, e intimamente nostra, per dare efficacemente corpo al mito).
Nella (serissima) parodia italiana, dunque, si tratta di affermare un nucleo radiante – ciò che sono. L’artista dice: “Io esisto, con tutte le mie storture, le mie sconnessioni, le mie incongruenze (e non potete farci niente, per quanto vi dispiaccia)”; “io sono qui: ora: ancora”.  È esattamente ciò che fanno le grandi tele che restituiscono fedelmente lo spazio in cui le opere sono nate, tele in cui l’oggetto reale è l’infrastruttura di relazioni, al tempo stesso effimera e resistente, che si crea tra i singoli frammenti e detriti, della storia dell’arte e della storia dei Saccardi; ciò che fa il grande quadro che riproduce il Campo di grano con volo di corvi, ingrandendolo e mixandolo con De Dominicis; ciò che fanno le due teste di moro in terracotta maiolicata con i volti ispirati a cantanti trap così come i piatti appositamente realizzati per la mostra e prodotti da Spaziocentotre; ciò che fa infine il Profilo continuo del Presidente (liberamente ispirato all’opera più famosa di Renato Bertelli), in cui Berlusconi stesso diventa una reliquia della storia, assorbita in una storia artistica parallela.

È un po’ di tempo che sto riflettendo su un’idea di neovernacolare italiano. Questa idea naturalmente non è solo mia, ma mi viene dalla considerazione delle ricerche di una serie di artisti, come i Saccardi, che in questi anni faticosi ci stanno lavorando.
L’arte neovernacolare non è qualcosa di “localistico” (o peggio, di provinciale), ma l’affermazione di una propria inestinguibile, mediterranea originalità ‒ che sempre poi rimanda a un’origine, una tradizione oscura e luminosissima, lontana e sempre presente. Tenta di riagganciare pasolinianamente radici ancestrali, antiche, arcaiche.
Con i Laboratorio Saccardi, e con altri consapevoli autori italiani, la posta in gioco in fondo è sempre quella: sfuggire al prevedibile e al prescritto, al codificato (l’etichetta che qualcun altro ha stabilito per te, e in cui devi rientrare).
Per ritrovare una forma cocciuta di ingenuità consapevole. Per far sì che questa azione di recupero, di ritrovamento sia viva, pulsante e non archeologica: che sia un fatto di civiltà, di cultura, in grado di agire davvero sul tessuto della realtà. Per riattivare la connessione – perduta chissà quando – dell’arte con il popolo.

‒ Christian Caliandro