LA ROBBA

 

La Robba 2010

di Laura Barreca

 

Con il progetto La Robba il Laboratorio Saccardi compie quell’immersione antropologica nella storia del costume popolare della Sicilia, preannunciata dai precedenti progetti, come Sikania Rising, viaggio nella memoria storica e spirituale del Meridione, attraverso la storia delle religioni, omaggio a quel popolo che non poté mai dare il proprio nome all’Isola.

Mezzo di trasporto di quella robba simbolicamente immortalata dalle Novelle rusticane di Verga, per tradizione il carretto siciliano è decorato con rappresentazioni delle gesta dei condottieri appartenenti alla tradizione cavalleresca, arricchito da arabeschi e fregi geometrici di ogni specie. La riscrittura dell’apparato iconografico del carretto condotta da Laboratorio Saccardi racconta l’attualità delle stragi di mafia: Portella della ginestra, l’assassinio di Peppino Impastato, la strage di Ustica, le stragi di Capaci e di via d’Amelio. Una storia siciliana raccontata con il linguaggio diretto e inequivocabile di Laboratorio Saccardi, che affrontano la narrazione di queste vicende privando il carretto della sua caratteristica policromia, ma mantenendo un calembour di simboli, decorazione tipica e inventata, ricca di particolari all’interno di una texture di scacchi bianchi e neri. Le stragi che ci raccontano Laboratorio Saccardi, mettono di fronte all’evidenza della storia e delle sue stesse aberrazioni, attraverso una comunicazione immediata, semplice come erano le storie delle leggende epiche dei paladini Orlando e Rinaldo sulle sponde degli antichi carretti, con le battaglie, le vittorie e le sconfitte, gli amori e la morale di una civiltà epica. Era quella l’epoca in cui i carretti erano strumento di una cultura orale per la gente che non sapeva né leggere né scrivere.

I “nuovi paladini” della giustizia, contestatori, magistrati, semplici cittadini, vittime non solo della mano armata della mafia, ma della più pericolosa cultura mafiosa, connaturata nella società siciliana come in quella di tutto il Paese, sono gli eroi contemporanei effigiati sul carretto. Istoriare un carretto siciliano, dipingendo i fatti di mafia più eclatanti della recente storia siciliana, i misteri insoluti della storia politica del nostro Paese, significa trasformare quello che oggi è divenuto oggetto d’arte artigianale, nonché uno dei simboli dell’iconografia folcloristica siciliana, in uno strumento di critica consapevole agli eventi contemporanei. Sono queste le storie dipinte sui masciddàri, le parti laterali del carretto.

Le storie sono accompagnate da cinque simbolici paladini di quella emblematica “sicilitudine” di tanti che alla loro terra sono rimasti per sempre legati e non hanno potuto fare a meno di ritornarvi. Una galleria di ritratti di esuli, come Quasimodo che non tornerà mai più nella sua Sicilia anche avendola descritta come terra mitica; ogni siciliano sarà esule, nella condizione di colui che non può tornare; in alcuni dolente memoria, mito, nostalgia, in altri voglia di dimenticare, rancore, sofferenza. Tutti comunque hanno sentito la diversità di essere siciliani, di far parte di una condizione umana irreversibile e non si sono sottratti alla “condanna” di rappresentare quella realtà, quel modo di essere, quella condizione. Una terra ricca di luci e di ombre quella che si delinea attraverso le parole, il punto di vista degli autori effigiati dal Laboratorio Saccardi che hanno vissuto la condizione di essere siciliani in modo ognuno diverso dall’altro, ma nel contempo comune a tanti che hanno vissuto lo stesso destino.

I ritratti degli artisti che “con la follia della poesia” vincono le atrocità della storia sono cinque, ognuno di essi rappresentato in una condizione mitica. Lucio Piccolo, il poeta delle elencazioni e proliferazioni tipicamente barocche costituite da immagini dense e oniriche, dall’oscurità e dal simbolismo, è raffigurato come un mago volante; Giovanni Verga è imbarcato nella Provvidenza dei suoi Malavoglia, simbolo di un naufragio della condizione umana; la rottura di un equilibrio dato dalla tradizione immobile e abitudinaria per l’irrompere di nuove forze, il desiderio di migliorare le condizioni di una vita grama, lasciando risplendere i luccichii di una necessaria modernità nel buio fitto dell’universo arcaico. Leonardo Sciascia fuma un sigaro: lo scrittore della memoria privata e collettiva, legato ad una terra destinata ad essere assunta all’interno della produzione letteraria ora come paesaggio emblematico, ora nella sua dimensione sociologica e umana. La Sicilia diventa l’osservatorio dal quale egli getta lo sguardo sui vari drammi e misteri della vita nazionale, per poi caricare la sua ricerca e meditazione di crescente impegno morale. Luigi Pirandello, descritto come un corvo sulla lapide di Pascal, il filosofo della scommessa, originale per aver creato, assumendo elementi della realtà siciliana, lo “stato d’animo” del mondo contemporaneo, cioè di avergli dato nome, il suo. Oggi si dice “pirandelliana” qualsiasi situazione umana  sospesa, fluttuante, contraddittoria, dilacerata tra realtà e apparenza, grottesca, paradossale, impenetrabile se non alla pietà. L’uomo del Verga se soffre si redime in una rassegnazione cupa ma eroica ad una legge di dolore; l’uomo di Pirandello si sente vittima impotente di una sorte maligna, di un accanirsi del caso, di un costume sociale, di  mille cose sorde e ingiuste che non riesce a spezzare. E allora si ribella o anarchicamente contro la vista stessa, o cerca di evadere in qualsiasi modo, anche con la pazzia, che annulla la coscienza tormentata dell’essere che rappresenta una valvola di sfogo, di sicurezza, permettendo di superare il disgusto del vivere. Gesualdo Bufalino, che mette sul palcoscenico della Sicilia personaggi in lotta per la sopravvivenza, che in ultima analisi sono dei “vinti” alla maniera verghiana, “in cerca d’autore” alla maniera pirandelliana. Tutti sono l’espressione ancora una volta di quella “sicilitudine” che marchia i suoi figli come una nota d’autore.

Le storie a cui questi paladini della letteratura vengono restituite attraverso la veste formale tipica della decorazione dei carretti, e suggeriscono allo spettatore una duplice lettura estetica: da un lato lo “scarto” prodotto dal travaso di contenuto dei dolorosi fatti di cronaca mafiosa della recente storia dell’Isola, nei fatti di cronaca dell’epopea cavalleresca; dall’altro, l’inevitabile prossimità che quella veste formale porta con sé. Una familiarità verso quella enciclopedia di simboli da tavola sinottica medievale, che per secoli si è mossa sulle assi di legno di un mezzo che aveva anche la funzione di sintetizzare “per exempla” vicende non altrimenti fruibili da chi non aveva accesso alla lettura. È di nuovo ci troviamo di fronte all’assunto crociano che rende contemporanea ogni vera arte: vecchio contenuto in nuova forma e nuovo contenuto in vecchia forma.

 

Descrizione tecnica del carretto siciliano

Il Carretto siciliano, adibito al trasporto merci dal XIX secolo fino alla seconda metà del XX secolo, è composto dal fonnu di càscia, cioè il pianale di carico prolungato anteriormente e posteriormente da due tavulàzzi, sul quale sono montati parallelamente due masciddàri (dal siciliano mascidda, “mascella”) ovvero le sponde fisse del carretto, e un puttèddu (portello posteriore). Ogni masciddaru è suddiviso equamente in due scacchi (i riquadri in cui vengono dipinte le scene).

Fra le aste sotto i tavulazzi vengono montate due parti in legno chiamate chiavi, una anteriore ed una posteriore. La prima altro non è che una semplice barra ricurva, la seconda invece consiste in un bassorilievo intagliato rappresentante una scena, solitamente cavalleresca.

Ciascuna delle due ruote è composta da 12 raggi definiti in siciliano iammòzzi (iammi, “gambe”) che congiungono il mozzo al cerchione, spesso arricchiti da intagli a fitte sezioni parallele (impòsti) o addirittura soggetti scolpiti quali fiori, aquile, sirene, o teste di paladino.

 

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