COMPRO ORO

COMPRO ORO

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A cura di Francesco Gallo Mazzeo
installazione nel “Salone del trionfo di Diana.”
Piano Nobile di Palazzo Sant’Elia
via Maqueda 81 Palermo
dal 28/2/2013 al 15/3/2013

Anche usato. Sopratutto se usato. Antico. Antico sta anche per vecchio, che non si addice
vecchio a ciò che sembra sfidare l’eterno. Una scritta, Compro Oro, che a Napoli, traccia
Tutta Via Roma, con i vari nomi che prende, da Piazza Plebiscito alla scalinata di Capodimonte.
Una scritta, Compro Oro, che a Palermo ha una sua via Roma in espansione, in tutti i punti cardinali dalla Stazione al Capo, da Oreto a Resuttana.
Napoli, Palermo, Genova, Marsiglia e persino Barcellona, è tutto uno sciuè sciuè, di lingue e dialetti di chi compra e sembra offrire molto, ma dà poco e di chi sembra ricevere tanto e perde tutto. Un viaggio, ogni due vetrine, forse un po’ meno, porta questa scritta, con campanello video e inferriata doppia. Ma oggi, in era di crisi, Compro Oro, ovviamente
in contanti è diventato un fitto sfavillio, da baroccante Via Lattea e ne spuntano come funghi. Collane, anelli, catenine e tutto quanto era stato comprato per sempre, prende la via della borsetta, quello della bilancia e poi di cassetti temporanei, che lo avviano
alla fusione, in cambio di tot euro al grammo e tanto rimpianto, spesso lacrime. D’Altra parte, è l’ultima risorsa prima di mobili e materassi, nei rinati Monti dei Pegni. Sembra d’essere
in una nuova età del baratto, “io dò una cosa a te, tu ne dai una a me”, con mercatini dappertutto, dove i soldi sono sempre meno e tutti risvoltano abiti, risuolano scarpe, aprono vecchi armadi e molti saccheggiano la spazzatura. Aspetti da 1929, col crollo di Wall Street, della famosa NYSE e America a gogò poi a catena di tutte le borse mondiali, anche peggio
se ancora ci sono e moltiplicate le file di Sister Carrie e delle pagine di Theodor Dreiser, sulla tragica caduta del sogno americano, anche se oggi, continua come ai primi Novecento, sogni e sogni, cadono e cadono. La scelta Saccardi è caduta, a Palermo, luogo del loro covo, della loro esaltata messa in scena, anch’essa caduta su questa insegna, che sta all’occultismo e all’illusionismo, come il vello d’oro sta alla magia e all’alchimia, come un tramonto sta al un’alba (in entrambi c’è luce, ma in una sta per cominciare, nell’altra sta per finire).
Un evento fatto di tante cose, come l’oro di oggi, che non è tutto oro, ma miscela, patina e tanto inganno, perché spettacolo sia, perché in medio, nei media, abbiamo sempre biada, precipitando parole, suoni, immagini, rumori, spettacoli, perché sia eccessiva, da Blade Runner in poi, fino ad oggi e poi chissà domani, dopo domani (…). Due grandi quadri, due versioni del Trionfo della morte, con pastori tedeschi a posto di cavalli, speculari di una realtà, di una alienazione, nella grande pattumiera, nella discarica dell’informazione, mentre il sapere, si
disloca più in là, da un’altra parte, con sembianze criptiche, elusive, scambiando, non solo Apollo con Dioniso, ma svendendo l’anima, a poco prezzo. Una fonte, dell’eterna giovinezza, di molto ambigua, un po’ pornografica, nella sua fragile pantomima da pittura popolare, senza badare alla prospettiva, un po’ parietale, bizantina, eppure con suo senso di comica drammaticità, tra i murales alla buona e la pittura dei cantastorie e un po’ dei carretti. Poi c’è un bel biglietto da cento mila, lire, certamente, non euro, ingranditi a potenza, come a celebrarne un funerale, ma anche invocarne il ritorno, alla bella lira che ci ha lasciato per ’euro, un secondo amore, ancora non metabolizzato. Accanto a queste quattro icone, un po’ di tutto, un centinaio di disegni, da museo, bellissimi ed eleganti, una serie di quadrettini di ispirazione religiosa, da Padre Pio a Madre Teresa, ad un San Sebastiano e via che non mi ricordo d’altri, a quadrettini di tutto, corrispondenti ad un indole nomade dei Saccardi, ad un loro essere “situazionisti” sui generis, con tanto di cappello, per la loro grammaticità
e sintatticità e per la loro regola di fantasia imprendibile, là, qui, là, tre oro, tre oro, con carta vince, carta perde. Primitivi raffinati che scontano al banco le immagini a poco prezzo che puoi non trovarci in Fritz Lang del suo Metropolis, né i verbi di Matrix,né le immagini di Loaper e neanche la Genesi di marcia ad ovest di Denzel Washington e il suo finale da Libro dei Re, firmato Elia. Elì, Elì, di Cristo preso da paura della morte, di colui che giungerà, prima che giunga il giorno grande e terribile del signore. Elì che vuol dire, “il mio dio è il signore. A loro alchimisti di ultim’ora di quest’era, che speriamo non sia, l’ultima, trasformatori dell’umile, del consumato, del sommerso, perché in fondo il vero oro non è quello che luccica,
ma quello che ognuno seppellisce nelle proprie miserie quotidiane, tra balletti e tratti, tra
sistichezze e diarree, miserie e volgarità. Una nobilità che è fatta di tante cose, diverse, avverse, tra di loro, vengono prese e “lavorate”, rese reagibili, come le chimiche, in modo che friggano, facciano accadere una reazione, il cui esito è sempre imprevedibile, specie se presentato nelle forme giuste, con le atmosfere che, giuste giuste, le competano: Luci, funi e merletti, veri o finti, architettonici di una lunga stazione di risi e pianti, forti e nefasti. Un evento sì un evento, di tutto rispetto, ma forse eventuale, perché no, per essere venduto,
sì, anche e cercare, continuare “come un archeologoche con voluttà, beve vino cattivo dal coccio di una tazza, millenaria”. (Ivan Gonciarov, Oblomov).

 

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